Storia >Gli anni '50

Flavio Russo ci svela qualche retroscena del periodo forse più importante della gloriosa Cheraschese
Da un’ infinità di particolari, a volte addirittura non raccontabili ai ragazzi di oggi per l’assoluta loro incapacità di crederli veri, capisco che quei fotogrammi, nella mia mente, o, meglio, nella mia anima, appartengono, per lo più, agli Anni ’50: gli anni comunque spensierati dell’infanzia della mia generazione
Anche quelli del “fulbal” avevano un altro tempo per giocare, per guardare, per discutere. Una partita durava l’intera settimana, e si giocava in tutta la città: il Campo Emilio Roella, appena fuori Porta Narzole, non era che il prato irregolare sul quale i NEROSTELLATI si battevano contro le altre squadre.

Ma la partita continuava, ogni sera, ogni intervallo di pranzo, nei Caffè: da “Mano” e dell’”Aquila d’Oro” e nei Bar “ Centro” e “Italia”.
Nelle osterie no; quelli delle osterie si intrigavano meno di “fulbal”; piuttosto di semine , o di vitelli, o di scommesse assurde e divertenti.
E in ognuno dei locali se ne parlava, anzi: se ne litigava, con tono e con competenza diversa.
Già, perché da “Mano” si ritrovavano i dirigenti, i finanziatori della squadra, coloro che avevano anche visto qualche partita grossa a Torino: a me, che abitavo davanti a San Gregorio, giungeva, fino a notte, la voce possente di papà Monchio, sempre pronto a confrontare il Cherasco con la Juventus; e a contrastarlo, o ad assecondarlo, erano il dottor Gallo, Renzo Bottero, i giovani borghesi ancora abbastanza presenti in Città, e Pino e Giorgio Avagnina, formidabili “cissatori” di animi bollenti.L’Aquila era frequentata da pochi abitudinari per il gioco delle carte: i fratelli Bonfante, il signor Colombo, a volte il Fattore Polenghi.
I fotogrammi più impressi nella mia memoria sono quelli ambientati al “Centro”, da sempre abitato dai giovani e dagli uomini del popolo, e da sempre straripante sotto i portici di sinistra; lì stazionavano i tifosi più accaniti, e lì incontravano quasi tutti i giocatori del presente e del passato.



La partita vecchia durava, in Città, fino al sabato pomeriggio, quando si incominciava a “ruse” per la partita di domani, in casa o esterna che fosse, su come avrebbe dovuto essere giocata. La locandina era già stata stampata, da giorni, dal tipografo Raselli, e affissa per ogni dove.
Gli interrogativi si inseguivano: “O j’elo n’forma Mario Bo?”, “E r’ginoj d’Masino?”, “ E Valpreda, o r’alo r’permes?”,. Valpreda era un forte del “fulbal”, comprato dal Cherasco, che faceva il soldato a Bra, e che, per questioni di ragazze, era sempre punito.”Vaje a parlè ar Marescial Russo!”.
“Va a cerchè Giniat r’capiatani!”, e, con la complicità della gerarchia, il fedifrago arrivava appena in tempo per cambiarsi.
In Casa Roella, dove, con la compiacenza del Maestro Giovanni, “si cambiava” la squadra di casa; sotto, vicino alla fabbrica delle gazzose di Meo, che qualche bottiglia la lasciava passare oltre l’androne. Da Casa Roella al campo, erano cinquanta passi, e i NEROSTELLATI li percorrevano tra due ali di ragazzini, con il gagliardo passo degli eroi, ticchettanti coi tacchetti sui sassi del viale non ancora asfaltato. La squadra ospite “si cambiava” al “Pesce d’Oro”Il “Pesce” era spesso assediato, dopo le partite, specialmente quelle perse, perché là si cambiava anche l’arbitro. Il Campo Roella ebbe, a un certo punto, una recinzione mobile in legno e tela di sacco, tanto per poter racimolare qualche liretta dagli ingressi Il limite bianco del campo, in polvere di calce, era chiuso da corde d’acciaio rette da pali di ferro: barriera, a volte, solo teorica, per gli spettatori regolarmente in piediTra un tempo e l’altro, il dottor Gallo, magari con il giovanissimo Teresio Morra, passava col cappello, o con un cestino, a raccogliere rachitiche offerte supplementari.
Nei giorni feriali, le corde d’acciaio servivano per appoggiare i pullover, a righe senza maniche, ai ragazzini che incominciavano a calciare, sognando la prima squadra.
Ricordo, non senza un brivido di invidia retrospettiva, i più giovani della grande famiglia Genesio, i miei coetanei gemelli Mazzola, Tonino Piovano, Franco Torta; persino un piccolissimo Mino Marengo.
Al Roella, però, i ragazzi giocavano solo nei giorni in cui era chiuso l’Oratorio, la vera “arena” del “fulbal”cheraschese. Il calcio, all’Oratorio, era quasi una battaglia. Le squadre, formate con il “ bin bun ban”, cercando di “trassare” per accaparrarsi i più forti, si giocava sulla terra gnocca e sassosa, in una spessa nuvola di polvere, o nella “paota” ancora umida, senza esclusione di colpi micidiali, tra “corner e opsei”, con i piedi roventi nelle Superga sfilacciate, se non nei sandali fratini. E tutti in gara per la selezione della squadra vera, quella degli “Edelweiss”, quella che Don Emilio schierava, ogni anno contro i NEROSTELLATI, in un derby cittadino che ricreava, qui, in clima agrodolce e tanto caro dei film con Peppone e Don Camillo. Già, dietro la Sportiva c’era il “Circolo del Fiore”, il covo dei laici liberali, in fama di essere dei “barbet”.
Ma la molla più potente che spingeva i ragazzi verso il “fulbal” era quella fornita dalle ragazze; affare difficile, allora, le ragazze, mica come adesso!. Era come un altro lavoro, quello delle ragazze: bisognava “starci dietro”, e con tanti sotterfugi e tante di quelle parole, che l’essere un NEROSTELLATO  tagliava via di brutto. Gli eroi hanno diritto da sempre alle belle!